Oggi ho riletto la confessione di Primo Levi. Non c’è dubbio, un libro di straordinario valore in tutti i sensi. La descrizione è piuttosto vivida, ma credo che questo sia dovuto in parte alla potenza inumana, oppure troppo, decisamente troppo umana (“al di qua del bene e del male”), delle immagini che Levi rievoca tra Dicembre 1945 e Gennaio 1947. Oltre ad essermi venuta fame, mi si è infuso uno strano malessere (che mi spinge a scrivere, così di fretta, a notte fonda). Ogni tanto lo si dice nel libro: forse non è neanche il caso di raccontarlo, tutto questo atroce piccolo campione di umanità. Perché non potrà mai più essere, forse, nella storia. Ma così come la parola mai, nel Lager, si traduceva “domani mattina”, alla stessa guisa quella piccola probabilità di avere un altro Auschwitz diventa una paura solida come il ricordo. Non credo molto alle giornate della memoria, ma ai libri della memoria, a quelli sì.
Ho pensato poi all’Europa, agli Ebrei, alla nostra generazione. Ho pensato di non avere mai saputo di nessun Ebreo, di non conoscerne neanche uno, di non sapere che faccia hanno questi Ebrei. Eppure una faccia strana devono averla, se sono stati imbriccati in pezzi di città per centinaia di anni. Macché, io gli Ebrei li ho dovuti conoscere in America. E mi resta difficile a pensare che lì essi hanno mantenuto tradizioni, regole, principi e anche, recentemente, la lingua. E qui in Europa? Devono essere stati sterminati. Lì dove le razze ci sono ancora (o non ci sono ancora state) ovviamente ho potuto conoscerli perché a ognuno gliene viene assegnata una. Dove chiedere «sei ebreo?» è normale. Dove le razze hanno avuto il sopravvento. Una volta mi hanno fermato per strada e mi hanno chiesto se ero Ebreo. Ci penso ancora oggi. Questa abitudine a specificare la razza di ognuno è così irreale, documentaristica, che uno si ritrova ad accettarla e a perpetuarla. Io stesso ho iniziato a vedere il mondo a colori, eppure sono decisamente daltonico, con le forme delle persone. Ho pensato che il concetto di razza è uno solo di quel mare di termini senza referente. Mi ricordo come indifferentemente lo usa Jean-Baptiste Lamark. Mi ero sfogliato tutto quanto Egli abbia scritto (che, per il lavoro di qualche santo, è consultabile online qui), e ben poco parla di razze umane. Quando lo fa, le distingue in cinque gruppi. Non si può dargli del razzista (che ne sapeva lui) eppure non riesce a fare a meno di osservare, incidentalmente, che la razza caucasica è la più evoluta. Così, en passant: tanto per lui il concetto stesso di specie era una griglia a maglie troppo largheo troppo strette e che male si adattava alla natura. Vi è solo una disposizione graduale degli organismi su di un continuo: però ormai l’ha detto. La razza caucasica è la più evoluta. Non gli diamo nessuna colpa, non ne ha. Se lo dicesse adesso, ne avrebbe. C’è una cosa singolare del razzismo che più o meno sanno tutti: esso non coincide, e sono in molti a non capirlo, con il distinguere. Si tratta piuttosto di discriminare. La percezione è fatto concettuale: una sera, mi ricordo bene, cercavo con alcuni amici l’entrata di un Hotel di lusso, famoso per il panorama e, nella scarsa illuminazione esterna, indovinai la presenza di due individui sui quali si riuscivano a intravedere dei sacchi neri della spazzatura. Mi sono sentito dire, troppo tardi per fermarmi: «Chiediamo a quei due messicani.»
