Arte di serie A o di serie B
Pubblici di serie A o di serie B
Rispolveriamo la trita faccenda per il lettore non esattamente addetto ai lavori. Il caso più semplice da presentare per sostenere la tesi è naturalmente l’arte musicale poiché essa non ha immediatamente alcun vincolo “formale” come possono averlo ad esempio le arti figurative sia pur considerando vincoli dettati da specificità culturali in linea di principio esclusivamente sociali: anche ammessi questi, una volta decretata la presupposta corrispondenza della figura a qualsiasi oggetto dell’esperienza, il criterio cui la forma deve informarsi è determinato. Dato un albero anche l’intento di misrappresentarlo mantiene l’albero stesso come ultimo termine per attribuire significato al prodotto artistico (che deve essere unicamente riferibile a un solo intento). Questo vuol dire che il prodotto ha una significatività fenomenologica (che altro non vuol dire se non “il prodotto si riferisce e giudica in base agli elementi che si possono trarre dall’esperienza”). L’arte della musica si può invece considerare esclusivamente trascendente rispetto a vincoli fenomenologici (per gli ancora meno addetti ai lavori: “a cosa, che sia presente nell’esperienza, si riferisce una nota o una melodia? Nulla, se non altre note o melodie”). Certamente esistono casi limite in cui questo può essere obiettato ma trattasi di interpretazioni comunque legate a definizioni a priori sul significato di note e melodie: l’opera sesta di Beethoven ha a che fare con la natura solo entro il limite convenzionale fissato dagli uditori. Come recitano quasi tutte le definizioni di rispetto della musica, essa è una costruzione convenzionale di suoni/rumori che in virtù delle stesse convenzioni assume un significato convenzionale. Un punto molto debole di queste definizioni si individua quando si considera, ad esempio, il parametro musicale della durata (il ritmo) possibilmente riconducibile, sia pur con dubbia potenza metodologica, a disposizioni naturali o biologiche: esisterebbe cioé una precisa struttura neuronale, sviluppata mediante selezione naturale (e che potrebbe in effetti essere mostrata con evidenze empiriche), che induce un certo sentire che si esprime innatamente con il movimento corporeo; esisterebbe cioé un universale culturale (cioè biologico) per cui il rock’n'roll induce l’ascoltatore a ballare (perché tale ritmo discenderebbe da pratiche ancestrali et cetera… ma questa è un’altra storia).
Ad ogni modo possiamo assumere che il rapporto significativo tra codifica e decodifica del messaggio musicale sia convenzionale. È per questa ragione, in prima istanza, che non può darsi musica di serie A o di serie B. Ma è chiaro a tutti che i prodotti musicali hanno dignità diverse, portate non dalla musica, perché convenzionale, ma dal pubblico. La fruizione del prodotto ne determina la dignità. Esistono infatti strutture melodiche e armoniche e nella canzone anche testuali che appartengono (vengono ascoltate, apprezzate, acquistate) ad un pubblico meno “raffinato” o altrimenti più immaturo: deve essere chiaro che la raffinatezza degli altri prodotti non ha nulla di valoriale. La “complessità” compositiva è spesso addotta come pretesto di valore, ma (seppure la complessità entro certi limiti possa essere considerata come canone formale autonomo) esistono più casi ove la semplicità compositiva non inficia affatto la sua presupposta “raffinatezza.” Nel caso noto della cosiddetta musica “zigana“, fin dalle registrazioni di Bàrtok (cioè quella vera, non quella che ascoltava Liszt) essa, per i fruitori o compositori “naturali”, non ha mai avuto nulla di “raffinato”, se non per i musicologi che muovono quella complessa macchina culturale che fa di tali registrazioni evidentemente semplici, immediate ma certamente belle (tutto questo per gli iniziati) delle prove di altissima qualità e ricercatezza. Al contrario, molta musica “pop“ ha una matrice indubbiamente “complessa” eppure, per qualche ragione, sarebbe assai poco raffinata.
