Inserito da: apoikos | Dicembre 22, 2007

Ernest Flemingway

Traduco questo passo di
“The Scum Also Rises”
di Jon Brierley,
parodia di Hemingway,
online
QUI

Jack Schitt era seduto al bar. Era un buon bar. Prese un whisky. Era un buon whisky.
“Cazzo, questo è buon whisky”, disse.
Il suo fratello acquisito entrò.
“Prenditi un whisky,” disse Jack. “E’ buon whisky.”
“Merda,” disse Brik. E bevvero.
“Si fotta questa Thursday Next,” disse Brik.
“Si, si fotta,” disse Jack: “Però con lei terrei il mondo sul palmo della mano.”
“Si, sarebbe bello,” disse Brick.
“Si cazzo.”
Bevvero ancora un po’.
“Dov’è finita?” disse Jack.
“Non lo so,” disse Brik. “Forse è morta.” Jack ci pensò su.
“Cazzo, no,” disse. “Non è morta.” Brik sorseggiò.
“Come fai a saperlo?” disse.
“Lo sento,” disse Jack. “E’ da qualche parte.”
“Porca puttana,” disse Brik. “l’ho vista che entrava in un libro.” Jack lo guardò.
“In un libro?”
“Si, proprio in un cazzo di libro.”
“E quale?”
“Merda se lo sapessi.”
Bevvero dell’altro whisky.
“Se sapessimo in quale libro si è cacciata, potremmo trovarla,” disse Jack.
“Quella frase era troppo lunga,” disse Brik. “Qui non siamo in un cazzo di Henry James.”
“Scusa.”
“Niente.”
Sedettero a bere. Il whisky era ancora buono.
“Anche se lo sapessimo,” disse Brick. “Il fottuto Portale della Prosa si è rotto.”
“Quel fottuto di Mycroft.”
“Si, cazzo.”
“Il fatto è che,” disse Jack, “Lei è una donna.”
“Si è una fottutissima donna cazzo.”
“Chi ci capisce con una donna?”
“Vero cazzo.”
“Io non saprei.”
“Cazzo, no”
“Una pistola, sai..”
“Eh.”
“Una pistola la puoi conoscere.”
“E’ vero.”
“Ma una donna -” Jack scosse la testa. “Cazzo,” disse.

Bevvero dell’altro whisky. Il whisky era buono.


Inserito da: apoikos | Dicembre 20, 2007

Dire, fare, baciare

#202, ancora una volta…
And hence also ‘obeying a rule’ is a practice. And to think one is obeying a rule is not to obey a rule. Hence it is not possible to obey a rule ‘privately’: otherwise thinking one was obeying a rule would be the same thing as obeying it.

   “E anche lui ha lì una certa filosofia al servizio delle sue inclinazioni.” Si, potreste dirmi questo. Ma in tale pensiero ravviso un’accusa d’aridità che spaventa, che temiamo e aggiriamo a dispiacere.
   Non è e non può essere la mia inclinazione che mi fa naturalista biologico, ma la forza cogente della semplicità d’una visione coerente col mondo (delle cose, dei significati, dei postulati).
   Non può non addolorarmi la coscienza di essere schiavo di questo essere cosa: non si può sostenere il contrario. Ma per questo so e posso sapere che sono e posso essere altro: trascendersi è più facile dopo l’aver compreso che il solo trascendersi significativo è possibile. V’è un senso prescrittivo in quello che dico, lo riconosco.
   Ma all’emotività falsata degli atti dei più dico che è in me una emotività più intima, più vera. Non è emotività quella travestita da impulso all’azione, così come non è la fame che ci spinge a una pietanza piuttosto che a un’altra.
  Dobbiamo riconoscere l’emotività e liberarla dalle griglie della socializzazione. Per andare dove ci porta il cuore, dobbiamo tener presente che è solo un caso se il corpo ci porta nella stessa direzione.
   Si vuole e si ama allo stesso tempo, e questo ci impedisce, ancora, di amare davvero.
   Necessario è riconoscere l’inscindibilità fattuale del moto emotivo e sentimentale, senza per questo rinunciare alla loro libertà significativa.
   Altrimenti mangiare una pietanza piuttosto che un’altra equivarrebbe ad amarla. Di solito infatti viviamo insieme questo scegliere, mangiare ed amare. Chiamatelo pure esserci (esso è autentico per forza di cose) ma tra il dire, il fare e il baciare ci sta, di mezzo e attorno, il mare delle verità.

Inserito da: apoikos | Dicembre 2, 2007

Il vero significato del Natale

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Inserito da: apoikos | Novembre 19, 2007

Naturalidad e Imitación II

    In un borgo di Adelaide, Australia, si muove un cane noto a tutto il quartiere. Possiamo chiamarlo come vogliamo, ma l’importante è che esso si muova, e che abbia a disposizione tre palline da tennis. Passa le giornate impegnato in un unico compito: riuscire a tenere tutte e tre le palline in bocca. Il fatto è che non ci riesce, se non per pochissimi secondi: una pallina gli sfugge, non c’è niente da fare, in bocca non ci può stare. Gli cade, la rincorre, l’afferra: un’altra pallina gli esce di bocca. La insegue, l’addenta: un’altra pallina -ancora- schizza via. Ma non smette mai di provarci, da anni, giorno per giorno. Anche i cani sognano, si sa: questo sogna palline. A volte è un incubo: una sola pallina enorme, che non riesce a prendere. Anche una pallina può essere troppo grande. Oppure è un bel sogno: le tiene tutte in bocca, sono tante, piccolissime. Ma aumentano in numero, finché sono troppe, la sua bocca è una sola, le palline non smettono di moltiplicarsi, come batteri da tennis, la vertigine lo sveglia.

    Questo cane è imprigionato in un mondo significativo sui generis. Quando il suo padrone cerca di capirlo, non è capace di notare l’identità dei due generali, la grande coalizione di centro. Ma è vero che il rapporto tra il padrone ed il cane è a tutti gli effetti una “cultura,” ossia un numero di pratiche significative e seguibili. In questo caso come in altri, “significative” vuol dire proprio seguibili. Quando osserviamo la prigione del mondo significativo “siamo come selvaggi, e traiamo le più strane conclusioni:” il senso delle cose, Imitación che opera al livello più subdolo, istanze semantiche e contenuti empirici, nella “regione in cui le parole e le cose non sono ancora state separate e dove -al più fondamentale livello del linguaggio-  vedere e dire sono ancora un’unica cosa.”

    Noi operiamo (funzioniamo) con le forme pressappoco allo stesso modo: parole, fatti, cose sono forme. Per Naturalidad non fa differenza ch’esse siano palline, ricordi, fluttuazioni del mercato: il lavoro sporco lo fa l’altro, cioè traduce (al livello più fondamentale del linguaggio – a noi sconosciuto, s’intende). Ci caschiamo, ci dobbiamo cascare: non sappiamo della traduzione (lo stesso luogo della grammatica universale – cioè: siamo fatti così) e crediamo davvero a tutto. La complessità di un sistema corrisponde alla mole di lavoro per Imitación. Se si tratta di palline è sufficiente un certo complesso neuronale, per le fluttuazioni di mercato la cosa si fa più complessa, ma il principio è identico, purché si riesca a tradurre. Si può immaginare uno stimolo incomprensibile, che non sia parola, suono, forma, odore? Insomma si può fregare  Imitación? Non lo so: la parola agli artisti.

 

—-> continua

Inserito da: apoikos | Novembre 5, 2007

Esce l’autobiografia di Bruno Vespa

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Bruno Vespa si è finalmente deciso a pubblicare la sua autobiografia ufficiale. Nel libro, edito dalla Mondadori (che di certo non ha bisogno di presentazioni), il giornalista italiano ripercorre le tappe che lo hanno portato al successo, o sul cesso. Perché a volte l’amore fa male: emorroidi, ragadi, stipsi, fistole, STDs. Ma chi ama veramente trascende i dolori della carne e lascia che lo spirito in essa trovi la sua casa, la sua forma umana. Vespa reintroduce il precetto un po’ cristiano e un po’ idealista che ci insegna la vera sostanza dell’amore: cedere parte di se stessi per gli altri. Nel suo caso poi, quella parte è tra le più care ad ogni individuo, non foss’altro che per la sua funzione biologica, ch’è quella di rigettare piuttosto che di lasciar entrare, lasciar fare, farsi dare. Ecco cos’è l’amore, saper dire di si quando il tuo sfintere, chiaramente, dice “no”. Ma lo sfintere amare non sa, solamente l’uomo può; e i giornalisti sanno amare fors’anche più che i francesi.
“Volontà e dovere mi spingono [da che parte? n.d.r.] all’amore” – dice Vespa, “e ho capito qual’era il mio ruolo nel mondo fin da piccolo, e di conseguenza cosa dovevo davvero amare. Il potere si manifesta in molteplici forme, ed io le so amare tutte, tranne quella del potere legale, legittimo e illuminato, che è la grande mistificazione del nostro tempo. Non c’è onestà che non mi faccia storcere il naso, perché sotto di essa si cela il demone dell’odio e della bontà, il grande velo di Maya che, cito a memoria, ha santificato il ‘tu’, quando l”io’ non lo è stato ancora. Cito sempre a memoria, ‘ il vostro amor del prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi’. Ecco, io credo che il vero amore sia metterlo in quel posto agli altri spiritualmente, e prenderselo fisicamente.”
Prima dell’uscita grande dibattito c’è stato sul titolo dell’opera: l’editore ventilava diverse opzioni d’impatto tra cui “La bestia nella redazione”, “Va’ dove ti porta la coalizione”, “L’uomo che sussurrava ai cavalli, ma questi non lo sentivano perché erano in tutt’altre faccende affaccendati”: vennero scartati il primo per l’ovvia negatività dei suoni, il secondo perché non si capiva bene quale coalizione (e “Va’ dove ti porta la coalizione di maggioranza” suonava male) ed il terzo perché il riferimento ai cavalli è un po’ ambiguo, uno potrebbe essere indotto a pensare all’ambientalismo quando dev’essere chiaro il riferimento alla parasessualità. Un altro titolo, “Porci con le ali”, piaceva a tutti ma purtroppo era già preso. Ha vinto Bruno con questo motto d’impressionante capacità decettiva: del resto il giornalista è lui.

Inserito da: apoikos | Novembre 4, 2007

La Lectio Magistralis di Hilary Putnam

    Se lo sapevo che era una Lectio Magistralis non ci andavo. O forse ci andavo lo stesso, probabilmente travestito. Ma qualcuno ci aveva già pensato: una ragazza seduta contro il muro in veste di sexcretary lolitesca (l’oggetto eccitante vietato in quasi tutti i paesi industrializzati eccetto gli USA e tutti gli stati dell’UE, e di ardua fattibilità negli altri) ha vanificato le intenzioni divulgative della Lectio, almeno per tutta la fila destra.
   L’incontro, riservato alle file della sinistra (ad eccezione del partito democratico, di chiara impostazione trans-schieramental-sessuale), mirava a sottolineare quanto importante sia il ruolo della filosofia, per la scienza e per la vita. Putnam ha dichiarato fallimentari tentativi del novecento sia il positivismo logico sia il post-modernismo, del primo mostrando sostanzialmente l’insussistenza degli oggetti della conoscenza (la “logica della scienza”) mentre ha beffeggiato il secondo, che non adduce argomentazioni alle linee epistemologiche sulla “finzione” della conoscenza, che è una storia possibile sul senso impenetrabile del mondo.
    Secondo me il post-modernismo mica l’ha capito: infatti non ce ne sono tanti di filosofi propriamente detti che siano post-moderni. E quelli che ci sono, diventano storici o poeti. Certo è strano da parte di Putnam cercare argomentazioni nello stile classico della filosofia. Di sicuro avrà capito che se uno cerca di mostrare l’inaccessibilità, l’intricatezza, l’inconsistenza delle spiegazioni della realtà (sulla realtà) non può mica farne una nuova di queste storie, figuriamoci con gli strumenti stereotipici della conoscenza. Il post-modernismo è una sconfitta epistemologica che si occupa di metodologia. Credo che nessun post-modernista neghi l’importanza della scienza per il vivere scientifico (che, oggi, è il vivere di tutti: vedi Habermas?) ma esso solitamente critica solo l’importanza della scienza per il conoscere scientifico.
Il post-modernismo non è né una forma di scetticismo né una forma di nichilismo, ma di solito ce lo insegnano così, almeno lo si può afferrare e confutare con i nostri mezzi positivi. Mi chiederete: cos’è esso? Vi dirò che non ve lo posso dire: voi state a guardare. Oppure vi dò la risposta sbagliata, ma è già qualcosa: c’è la chimica che spiega le relazioni tra le molecole; la fisica che spiega l’interazione di cose a livello o molto più grande o molto più piccolo; la matematica che prevede più o meno tutto (in modo così preciso che Putnam sostiene l’esistenza delle entità matematiche: cioè i numeri ci sono davvero, sembrerà strano ma è così); la filosofia spiega tante cose, più che altro roba che ha a che fare con la coscienza. Diversi livelli di descrizione per diverse categorie ontologiche: sono loro che lo vogliono il pluralismo naturalista. Per un momento nel novecento questo pluralismo ha fatto dire che la filosofia era finita, poi ci si è accorti della stronzata. Ma il post-modernismo? Un altro livello di descrizione, di altri fenomeni, secondo altre misure, altra magnitudo, altre metodologie (se alcune). Perché non lasciarli fare, questi post-moderni? Forse che costano troppo?

Inserito da: apoikos | Ottobre 7, 2007

Naturalidad e Imitación

    Tormentati dai tormentoni della vita moderna. Lo stress è una guerra che non vediamo: non la vediamo in tv (e neanche le altre), non la vediamo nelle parole (e in queste le altre ci possono stare), non la vediamo nello specchio (ma ci andiamo vicini). Lo stress è una guerra intestina, direbbero alcuni, ma è in realtà una endocrinoguerra, una manifestazione terribile del non essere umano che dimostra, ancora una volta, di non aver aderito al protocollo di Ginevra. Infatti serie di flebocolli da ogni parte del Globulo (tra cui alcuni introvabili) chiedono l’intervento dell’OICSIM (Organizzazione Impotente Chimicamente ma di Sicuro Impatto Mediatico) che è stata fondata da uno dei cani di Pavlov.

    I due eserciti sono comandati da innumerabili generali, dove il capo è servo del servo, la volontà è serva di una potenza e ne comanda un’altra, in infinita genie di schiavi e impostori, di ladroni e maghi. C’è chi dice che siano lo stesso esercito. In fin dei conti, dalle immagini non si potrebbe dire. Questa gente non ha divise e un unico soldato semplice in comune. Inutile spiegare chi è, lo siamo tutti. Lo sappiamo tutti? (vi ho fregato)

    Volontà di potenza è un riassunto per i caprisofi, o per i ministri delle interiora, delle specie di ministri degli organi interni. Vogliono accorpare i due chemiogenerali, e ricavarci un tesoretto ormonale per il soldato semplice, almeno quanto basta per sedare temporaneamente il grande mnemoterrorista, a suon di voglia di scopare.

    Il generale della volontà si chiama Naturalidad (non poteva non essere sudamericano), quello della potenza Imitación (idem, solo che quest’ultimo è fascista): i due sono in realtà siamesi separati alla nascita, che secondo alcuni studiosi avrebbe avuto luogo 200.000 anni fa, secondo altri circa 10.000, secondo altri ancora è tutta colpa della rivoluzione industriale. Alcuni invece negano che la rivoluzione industriale sia mai avvenuta (i cosiddetti megazionisti, e ce n’è di tutte le sorte) e che i due siano di fatto invenzioni dell’opposizione (a cosa?) camuffati da generali, quando il responsabile unico della condotta umana è chiaramente il mercato (molti convengono che la correlazione tra mercato e stress sia statisticamente affidabile).

 

Continua —–>

Inserito da: apoikos | Ottobre 3, 2007

I fedeli nel pallone

Calcei

Dopo lo scandalo Calciopoli si dev’essere manifestata una forte inflazione nei prezzi dei calci di rigore, delle punizioni dal limite e delle espulsioni entro i primi 25 minuti. Non tutti sono riusciti a trovare i fondi necessari per competere sul nuovo mercato, specialmente l’Ancona Calcio, che è stata acquistata dalla CEI.
Meno male che c’è l’otto per mille. Altrimenti addio moviole e interminabili dibattiti tra idioti sul regolamento, che in televisione, si capisce, non viene mai letto.
I conduttori sono però preoccupati: niente più bestemmie indovinate sul labiale o insulti; i calci nel culo probabilmente resteranno di moda, ma potrebbero non bastare. Arrivano però rassicuranti indiscrezioni dal mondo economico.
C’è chi parla già di una joint-venture tra la Cei e SKY calcio: highlights durante i sermoni per i fedeli abbonati. In effetti “fedele abbonato” non manca mai nelle campagne di marketing. Inoltre: tutto un nuovo set di opzioni. Tantissimi nuovi Gol alla “spera in dio”, da distanze siderali, a causa di crisi mistiche dei portieri. Il modulo crociato, ossia tutti in area piccola, e se muoiono ne mandiamo altri. Il cartellino rosso verrà sostituito, come nella pallanuoto, da un sospensione temporanea: il calciatore dovrà confessarsi a fianco alla panchina, dove il “quarto uomo di dio” mostrerà il numero di preghiere da recitare su di un led luminoso.

Povera Ancona: meno male che c’è la chiesa. Un’emergenza del genere non poteva lasciarli insensibili. Un’intera città senza una squadra competitiva: sarebbe stato uno spettacolo atroce, contrario ai principi dell’otto per mille, che “mirano ad annunciare il Vangelo e a far crescere nella fede la comunità, [svolte] per lo più a livello diocesano, che meglio conosce e intercetta i bisogni del territorio”. E intanto arrivano almeno un po’ di otto per mille in più dalla provincia marchigiana.
E’ questo il grande ruolo della Chiesa Cattolica Apostolica oggi: quando lo Stato non può che assistere inerme, Essa ci dà una nuova speranza, un sorriso in più, un rigore trasformato, sotto il cielo di un’estate italiana. Grazie, Chiesa Cattolica Ludica.

Diamo invece un’occhiata a cosa serve l’otto per mille davvero.
Un articolo della Repubblica (per chi non crede alle fonti alternative)
Una fonte alternativa (per chi non crede alle fonti non alternative)

 

Inserito da: apoikos | Ottobre 2, 2007

Dall’Economia Politica all’Economia e Politica

   Su una cosa il Prof. e “politico pro tempore” (sicRenato Brunetta ha ragione: gli italiani si meritano la politica italiana. Ma non perché come dice lui, hanno votato la DC per 40 anni, ma perché lui è libero di dire una cazzata del genere. Quando un economista e professore diventa pure politico il rischio è questo mix di cattiveria e arroganza (perché uno che dice che sono cazzi degli italiani è cattivo, ed è arrogante se uno dei cazzi è proprio lui).

La risposta doveva essere: lei, caro Renato, avrebbe ragione se non ci fosse lo sbarramento, se ci fossero il sistema proporzionale e la preferenza diretta per il candidato. Se invece non si possono votare i partiti piccoli (che non possono diventare grossi perché tali), se i seggi vengono redistribuiti col sitema maggioritario (per garantire quella stabilità che, se dio volesse, non ci dovrebbe essere) e se i parlamentari vengono decisi dai partiti ex-post allora non vale più. Ma soprattutto, caro Renato, avrebbe ragione se il sistema dell’informazione fosse almeno passabile. Caro Renato, uno intelligente come lei lo capirà di sicuro. Mi vorrà rispondere che sono cazzi degli italiani se la casta politica gestisce i media? Spero di no. Che sono cazzi degli italiani se votavano Craxi? E che sono sempre cazzi loro se tu per Craxi ci lavoravi come consigliere economico? Certo, come consigliere economico sei uno schianto.

Mi riferisco alla puntanta di “Exit” su LA7 in onda ieri 1/10/2007. Ogni volta che passo vicino a qualche idiomediatico c’è spazio per un nuovo Post.

Inserito da: apoikos | Ottobre 2, 2007

Se questi siamo uomini

   Oggi ho riletto la confessione di Primo Levi. Non c’è dubbio, un libro di straordinario valore in tutti i sensi. La descrizione è piuttosto vivida, ma credo che questo sia dovuto in parte alla potenza inumana, oppure troppo, decisamente troppo umana (“al di qua del bene e del male”), delle immagini che Levi rievoca tra Dicembre 1945 e Gennaio 1947. Oltre ad essermi venuta fame, mi si è infuso uno strano malessere (che mi spinge a scrivere, così di fretta, a notte fonda). Ogni tanto lo si dice nel libro: forse non è neanche il caso di raccontarlo, tutto questo atroce piccolo campione di umanità. Perché non potrà mai più essere, forse, nella storia. Ma così come la parola mai, nel Lager, si traduceva “domani mattina”, alla stessa guisa quella piccola probabilità di avere un altro Auschwitz diventa una paura solida come il ricordo. Non credo molto alle giornate della memoria, ma ai libri della memoria, a quelli sì.

Ho pensato poi all’Europa, agli Ebrei, alla nostra generazione. Ho pensato di non avere mai saputo di nessun Ebreo, di non conoscerne neanche uno, di non sapere che faccia hanno questi Ebrei. Eppure una faccia strana devono averla, se sono stati imbriccati in pezzi di città per centinaia di anni. Macché, io gli Ebrei li ho dovuti conoscere in America. E mi resta difficile a pensare che lì essi hanno mantenuto tradizioni, regole, principi e anche, recentemente, la lingua. E qui in Europa? Devono essere stati sterminati. Lì dove le razze ci sono ancora (o non ci sono ancora state) ovviamente ho potuto conoscerli perché a ognuno gliene viene assegnata una. Dove chiedere «sei ebreo?» è normale. Dove le razze hanno avuto il sopravvento. Una volta mi hanno fermato per strada e mi hanno chiesto se ero Ebreo. Ci penso ancora oggi. Questa abitudine a specificare la razza di ognuno è così irreale, documentaristica, che uno si ritrova ad accettarla e a perpetuarla. Io stesso ho iniziato a vedere il mondo a colori, eppure sono decisamente daltonico, con le forme delle persone. Ho pensato che il concetto di razza è uno solo di quel mare di termini senza referente. Mi ricordo come indifferentemente lo usa Jean-Baptiste Lamark. Mi ero sfogliato tutto quanto Egli abbia scritto (che, per il lavoro di qualche santo, è consultabile online qui), e ben poco parla di razze umane. Quando lo fa, le distingue in cinque gruppi. Non si può dargli del razzista (che ne sapeva lui) eppure non riesce a fare a meno di osservare, incidentalmente, che la razza caucasica è la più evoluta. Così, en passant: tanto per lui il concetto stesso di specie era una griglia a maglie troppo largheo troppo strette e che male si adattava alla natura. Vi è solo una disposizione graduale degli organismi su di un continuo: però ormai l’ha detto. La razza caucasica è la più evoluta. Non gli diamo nessuna colpa, non ne ha. Se lo dicesse adesso, ne avrebbe. C’è una cosa singolare del razzismo che più o meno sanno tutti: esso non coincide, e sono in molti a non capirlo, con il distinguere. Si tratta piuttosto di discriminare. La percezione è fatto concettuale: una sera, mi ricordo bene, cercavo con alcuni amici l’entrata di un Hotel di lusso, famoso per il panorama e, nella scarsa illuminazione esterna, indovinai la presenza di due individui sui quali si riuscivano a intravedere dei sacchi neri della spazzatura. Mi sono sentito dire, troppo tardi per fermarmi: «Chiediamo a quei due messicani.»

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